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ANNIVERSARI   LETTERARI

(Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981)

Eugenio Montale

da Ossi di seppia, 1925


Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Il titolo della raccolta vuole evocare i relitti che il mare abbandona sulla spiaggia, come gli ossi di seppia che le onde portano a riva, , presenze inaridite e ridotte al minimo, che simboleggiano la poetica di Montale, scabra ed essenziale.

In tal modo Montale capovolge l'atteggiamento fondamentale più consueto della poesia: il poeta non può trovare e dare risposte o certezze, per cui sul destino dell'uomo incombe quella che il poeta definisce “divina indifferenza”.

In un certo senso, si potrebbe affermare che tale “divina indifferenza” è l'esatto contrario della “Provvidenza divina” manzoniana.

Questa poesia è stata definita tra le più pessimistiche di Montale, e, come molte di quelle contenute in Ossi di seppia, trae il suo titolo dal primo verso.

Qui in due sole strofe Egli riesce a sintetizzare la sua concezione tragica della vita, dominata dal male di vivere, da cui si può trovare un solo momentaneo sollievo nella divina Indifferenza, che scaturisce dalla visione di qualcosa (il falco, la nuvola, la statua) che per un momento ci sottrae al dolore.

Il Poeta sin da questa raccolta d'esordio - gli Ossi di seppia del 1925 - ha saputo mettere a fuoco, con termini nuovi e convenzionali, le grandi tematiche della letteratura novecentesca: il disagio esistenziale, la crisi delle certezze fondamentali, l'assenza di verità ultime cui fare affidamento.

In questo testo riesce a ricreare sia il paesaggio esterno contemplato dal poeta, sia quel mondo interno che, quotidianamente, si confronta con quel “male di vivere” che proprio negli Ossi di seppia è stato diagnosticato per la prima volta con precisione, evidenziandone il tono esistenzialista e filosoficamente “negativo”.

Il titolo scelto dal poeta è espressione del sentimento di emarginazione ed aridità nel rapporto con la realtà che caratterizza la prima parte della sua opera poetica, nella quale esprime l’impossibilità di ogni fusione tra l'io poetico e il mondo naturale, così che il paesaggio ligure diventa nudo e desolato come un osso di seppia.

Il sole è una presenza costante che secca tutto ciò che raggiunge coi suoi raggi, e l'aspro paesaggio naturale ed animale che l'occhio del poeta descrive è un trasparente simbolo di un suo profondo disagio esistenziale.

Ossi di seppia esprime così la rinuncia a diventare un “poeta vate”, come D’Annunzio prima di lui, in quanto non riesce più ad utilizzare la poesia per spiegare realmente la vita e il rapporto dell’uomo con la natura: la realtà stessa appare incomprensibile e inesprimibile, ed il poeta non può che mettere in evidenza questa percezione negativa del suo vivere, scegliendo volutamente un paesaggio aspro e scabro, e un linguaggio poetico che si modella su questa profonda inquietudine personale.

Questi toni pessimistici e il connesso “male di vivere” si riflettono nello stile prevalente delle poesie di Ossi di seppia, scritte all'insegna di un linguaggio antilirico e quotidiano, che privilegia un lessico non aulico, ma una sintassi tendenzialmente prosastica, resa vivida da un'accurata ricerca fonico-simbolica sui termini prevalentemente usati.

Il recupero e la profonda rielaborazione formale e contenutistica della tradizione letteraria italiana fanno sì che la prima raccolta, ricca di uno stile poetico originale ed efficace, sia un punto fermo tra i più noti e penetranti della nostra poesia novecentesca.

Bibliografia essenziale:

- P. Cataldi, Montale, Palermo, Palumbo, 1991.

- G. Contini, Una lunga fedeltà, Torino, Einaudi, 1974 (2002)

- E. Montale, Ossi di seppia, a cura di P. Cataldi e F. d'Amely, Milano, Mondadori, 2003.