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Mormanno (Murumannu) nei secoli XVII e XVIII
Lunedì 22 Marzo 2021
Mormanno (Murumannu) nei secoli XVII e XVIII Questa mia ricerca ripropone alcuni dei momenti cruciali nella storia d’Italia, della Calabria e... Leggi tutto...
Da Poesie inedite: Corpose ombre
Mercoledì 14 Ottobre 2020
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Ricordo di Don Franco Perrone
Lunedì 13 Aprile 2020
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Da Poesie Inedite: A La Carpinìta
Sabato 11 Aprile 2020
  A La Carpinìta Da lu pònti di li francìsi ‘na vijaréddhra va a la Carpinìta, e ijégu, già da quathràru, pi’nàvuthra... Leggi tutto...

A Mormanno

Chiostra di monti verdi tiVista di Mormanno
corona quando in Agosto
dal Velatro i tuoi coppi come
spighe mature Febo indòra

e s’animan le vie di chiacchiericci,
che né stridi di rondini né bianchi
del rigido Gennaio fiocchi
vaganti san tacitare.

Dalla torre di tufo, verso sera,
già la campana chiama alla preghiera
ed al chiaror d’antichi filamenti,
orgoglio e pregio di lontani eventi,

tessi la trama del nostro avvenire
fidando suscitar sopito ardire,
del Colle con l’ausìlio di Maria
ripalesar compianta valentìa.

 

Lontananza e nostalgia

Negli ultimi tempi sono cresciuti in via esponenziale le persone che per motivi di studio, lavoro, salute, sentimentali, abbandonano il “Loco Natìo” e provano sulla propria pelle l’esperienza della “lontananza”.

Che comporta, subito dopo, la mancanza di quelle consuete immagini, volti, profumi, sapori, e di quelle relazioni varie, proprie di un’ appartenenza, che restano per sempre nella mente,.

Ed ovviamente l’allontanarsi non è mai senza sofferenza, anche se si tratta di scelte non rinviabili, ancor più se fatte con lucida determinazione per varie esigenze: scelte di vita, incompatibilità con un ambiente un po’ stretto, voglia di cambiare, e di prospettiva per studi, lavoro, nuove professioni, ecc..

Quando siamo prossimi a lasciare il luogo da cui si parte, c’è forte la presenza delle persone, del paesaggio che conosciamo, già nei nostri ricordi, quindi, nel dire addio, nei cuori c’è già insinuata la lontananza, come ombra, come possibilità.

Il termine lontananza indica un movimento, spesso improvviso, del nostro intelletto verso una figura, un luogo, che prende forma e si fa presente nella nostra mente.

La lontananza però non è solo lontananza nello spazio, Mormanno – Milano, ma anche lontananza nel tempo, in quanto ora siamo stati relegati in casa per lunghi mesi, lontani da esperienze che abbiamo personalmente vissuto, ed ora non possiamo più rivivere.

E ciò provoca il sentimento di nostalgia, da cui è difficile guarire, perché a noi sembra di avere nostalgia di un luogo, di un paese in cui siamo stati e in cui abbiamo vissuto, ma in realtà abbiamo nostalgia del “tempo” vissuto in quel paese.

Ma quando torniamo in quel paese il tempo, quel tempo, non c’è più, perché noi (ed anche gli altri) non siamo più quelli di un tempo, siamo cambiati.

Comunque questa razionale, avveduta considerazione, non attenua la nostalgia e la voglia di tornare al paesello, che nei periodi festivi s’annida prepotente nel nostro cuore, determinando a volte la consapevolezza di essere un meteco.

Esiste un filo invisibile che collega le nostre azioni a quelle dei luoghi e delle persone a mille o più chilometri di distanza, che gli occhi non possono più vedere, ma la mente costantemente rievoca.

Ricordo le persone sorridenti seduti sul “pezzo” della Chiesa, le processioni, le bande, lo “struscio”, i “bocconotti” e tante , tante altre immagini..

“In tutte le lingue del mondo esiste questo adagio. Ciò che gli occhi non vedono, il cuore non sente. Ebbene, io affermo che non c’è niente di più falso. Quanto più lontani stanno, tanto più vicino al cuore sono i sentimenti che cerchiamo di soffocare e dimenticare. Se siamo in esilio, vogliamo serbare ogni piccolo ricordo delle nostre radici; se ci troviamo lontani dalla persona amata, chiunque passi per la strada ce la farà ricordare” (Paulo Coelho)

Stare lontani dal luogo o dalla persona di cui si sente nostalgia è un sentimento profondo, dal sapore dolce-amaro, a volte quasi struggente, che ha ispirato poeti e narratori di ogni tempo.

La nostalgia è infatti la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare nel luogo e rivedere le persone da cui ci si è allontanati.

Ma il termine nostalgia, benché evocante due parole antiche - nostos e algos –(in greco “ritorno” e “sofferenza), è di conio recente.

.1


La nostalgia è il sentimento originario che ha mosso l'arte, il pensiero e la grande letteratura di ogni tempo: si pensi all'Odissea, il poema appunto della nostalgia.

La letteratura è, infatti, ricca di aforismi e frasi che richiamano il tema della lontananza e della separazione, spesso connotata da tristezza e tormento, sì, ma anche piena di amore e desiderio per un luogo o una persona, lontani ma vicini emotivamente.

…..E pur mi giova la ricordanza, e il noverar l'etate

del mio dolore…2

…..Ch’altro sarà, dicea, che ’l cor mi tocchi?

Amarissima allor la ricordanza

locommisi nel petto, e mi serrava…..3

Né più mai toccherò le sacre sponde

Ove il mio corpo fanciulletto giacque….4


1 Milan Kundera

2 G. Leopardi: Alla luna

3 G. Leopardi: i Sonetti del beccaio

4 Foscolo: A Zacinto

Domenico Crea

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento (Martedì 25 Maggio 2021 08:31)

 

 

 

Per la Festa della Mamma


Anche mentre scrivo ogni tanto ricordo,

ELVIRA,

il tuo bel volto da giovane e lo

sprone che sempre mi desti

a studiare.


Anche se scrivo di Mormanno, di Storia,

di poesia, di dolore,

spesso

sei con me,

perché una Mamma non muore mai,

resta nei ricordi dei propri figli

come un qualcosa che mai possono

dimenticare.

 

 

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 12 Maggio 2021 21:20)

 

 

Angelo Poliziano : dalle Rime «Ben venga Maggio»

Metro:ripresa formata da un quinario e da un settenario a rima baciata (xx),

poi otto strofe di sei settenari, con schema ababbx.

In chiusura di ogni strofa ritorna sempre la stessa parola, «maggio».

 

 

Ben venga maggio

e 'l gonfalon selvaggio!

Ben venga primavera,

che vuol l'uom s'innamori:

e voi, donzelle, a schiera

con li vostri amadori,

che di rose e di fiori,

vi fate belle il maggio,

venite alla frescura

delli verdi arbuscelli.

Ogni bella è sicura

fra tanti damigelli,

ché le fiere e gli uccelli

ardon d'amore il maggio.

Chi è giovane e bella

deh non sie punto acerba,

ché non si rinnovella

l'età come fa l'erba;

nessuna stia superba

all'amadore il maggio.

Ciascuna balli e canti

di questa schiera nostra.

Ecco che i dolci amanti

van per voi, belle, in giostra:

qual dura a lor si mostra

farà sfiorire il maggio.

Per prender le donzelle

si son gli amanti armati.

Arrendetevi, belle,

a' vostri innamorati,

rendete e cuor furati,

non fate guerra il maggio.

Chi l'altrui core invola

ad altrui doni el core.

Ma chi è quel che vola?

è l'angiolel d'amore,

che viene a fare onore

con voi, donzelle, a maggio.

Amor ne vien ridendo

con rose e gigli in testa,

e vien di voi caendo.

Fategli, o belle, festa.

Qual sarà la più presta

a dargli el fior del maggio?

Ben venga il peregrino.

Amor, che ne comandi?

Che al suo amante il crino

ogni bella ingrillandi,

ché gli zitelli e grandi

s'innamoran di maggio.

________________________________________

La lingua è il toscano della tradizione letteraria, con alcuni elementi più popolari ("uccelli" al posto di "augelli", v. 13; "ingrillandi" v. 48). Al v. 31 "furati" è latinismo per "rubati", mentre al v. 41 "caendo" (cercando) deriva dal fiorentino letterario.

Il testo descrive i riti che si svolgevano il primo giorno di Maggio (Calendimaggio) a Firenze e in altre città toscane, quando i giovanotti offrivano alle loro innamorate dei rami fioriti (il "gonfalon selvaggio", inteso come simbolo agreste dell'amore) e venivano da loro incoronati con ghirlande prima di combattere in loro onore nella giostra, usanza ancor oggi viva ad es. a Montepulciano di cui Poliziano era originario.

L'autore invita in modo edonistico le ragazze a cedere ai loro spasimanti e a non respingere il richiamo amoroso, specie in questo periodo dell'anno (la primavera) in cui tutte le creature, animali compresi, si risvegliano all'amore.

Il tema è largamente presente nella letteratura del Quattrocento, ad es. nella ballata “I' mi trovai, fanciulle…” dello stesso Poliziano e nel “Trionfo di Bacco e Arianna” di Lorenzo de' Medici, in cui si esprime lo stesso richiamo a godere dell'amore quando si è giovani e si è ancora in tempo per essere felici.

La conclusione del testo mostra il dio Amore (definito "angiolel", simile a un angioletto dell'iconografia cristiana) che giunge a comandare a tutti, giovani e adulti, di abbandonarsi serenamente al desiderio.

In questa ballata l'Autore descrive i riti di Calendimaggio, ma qui il Poeta riesce a trasfigurare poeticamente la materia, idealizzandola in una visione di gioventù gioiosa, e la sua meta è di raggiungere un’atmosfera vaga e suggestiva.

In particolare, nell’Italia centro-settentrionale, è ancora vivo il ricordo del Calendimaggio che aveva una funzione propiziatoria; in cambio di doni (uova, vino, dolci), i giovani cantavano stornelli in ottave: Ad es: “ O massaina dalla gonnella a strisce, datemi un uovo che maggio fiorisce“. Oppure : “Siam venuti a farvi festa e omaggio / o brave donne or che torna maggio”.

Nell’Umanesimo la riscoperta dei classici e la centralità che acquista l’essere umano nella lettura del mondo degli intellettuali umanisti è intesa come fulcro di una critica di rottura della cultura medievale.

Il modello classico viene studiato e imitato nei suoi aspetti formali caratterizzati dalla ricerca di equilibrio ed eleganza, una ricerca che favorisce ed accompagna una nuova sensibilità per la bellezza e l’armonia che si esprime a tutti i livelli: dalle rappresentazioni pittoriche a quelle scultoree, architettoniche e, ovviamente, nelle opere letterarie.

La classicità viene assunta come modello ideale che inaugura un modo di pensare decisamente più laico che scardina il predominio della teologia che aveva caratterizzato la cultura europea fino a tutto il Trecento.

Leopardi, dopo la splendida immagine de “il maggio odoroso” in A Silvia, scriveva ne Le ricordanze “…Torna maggio e ramoscelli e suoni/van gli amanti recando alle fanciulle…” sottolineando che il fiorire della natura è sempre stato celebrato, fin dai tempi più lontani, con canti, danze, ornamenti floreali e vegetali.

>

 

L'atmosfera di questa ballata è decisamente pagana e l'invito ad abbandonarsi all'amore è in armonia con gli altri testi del periodo e in generale con la visione della vita propria dell'Umanesimo:l’Edonismo.

Per edonismo, infatti, s’intende un modo di pensare che identifica la ricerca del bene con quella del piacere, ed è un concetto strettamente legato ad alcune filosofie greche come l’epicureismo o quella della scuola cirenaica di Aristippo, il quale associa il bene morale con il piacere che ciascun essere umano può provare momento per momento.



1 G.Trombadori: Le stanze, l'Orfeo, le Rime-Vallardi, Milano 1940

2 N. Sapegno: Nuova Antologia 1938

 

 

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 28 Aprile 2021 16:43)

 


RICORDI DISCORDI


A Mediolanum da oltre due

lustri, in padania insalubre,

ignoto meteco già dimoro.


Ed in còr d’antica mia terra

natal, Murumànnum, sempre

discorde nostalgia or avverto.


Professione, Politica, Ricerca

storica, idee, pur copiosamente

profuse, ben poco poi valutate.


Da lontan, deludente bilancio,

ancor più scarsa solidarietà per

vicende di vita, or mi rattrista.


D’infanzi’e gioventù gradevoli

ricordi mestizia un pò diradan,

e pensier di riandar lesto lenisce.

 

 

Ultimo aggiornamento (Martedì 18 Maggio 2021 12:11)

 

ANNIVERSARI   LETTERARI

(Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981)

Eugenio Montale

da Ossi di seppia, 1925


Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Il titolo della raccolta vuole evocare i relitti che il mare abbandona sulla spiaggia, come gli ossi di seppia che le onde portano a riva, , presenze inaridite e ridotte al minimo, che simboleggiano la poetica di Montale, scabra ed essenziale.

In tal modo Montale capovolge l'atteggiamento fondamentale più consueto della poesia: il poeta non può trovare e dare risposte o certezze, per cui sul destino dell'uomo incombe quella che il poeta definisce “divina indifferenza”.

In un certo senso, si potrebbe affermare che tale “divina indifferenza” è l'esatto contrario della “Provvidenza divina” manzoniana.

Questa poesia è stata definita tra le più pessimistiche di Montale, e, come molte di quelle contenute in Ossi di seppia, trae il suo titolo dal primo verso.

Qui in due sole strofe Egli riesce a sintetizzare la sua concezione tragica della vita, dominata dal male di vivere, da cui si può trovare un solo momentaneo sollievo nella divina Indifferenza, che scaturisce dalla visione di qualcosa (il falco, la nuvola, la statua) che per un momento ci sottrae al dolore.

Il Poeta sin da questa raccolta d'esordio - gli Ossi di seppia del 1925 - ha saputo mettere a fuoco, con termini nuovi e convenzionali, le grandi tematiche della letteratura novecentesca: il disagio esistenziale, la crisi delle certezze fondamentali, l'assenza di verità ultime cui fare affidamento.

In questo testo riesce a ricreare sia il paesaggio esterno contemplato dal poeta, sia quel mondo interno che, quotidianamente, si confronta con quel “male di vivere” che proprio negli Ossi di seppia è stato diagnosticato per la prima volta con precisione, evidenziandone il tono esistenzialista e filosoficamente “negativo”.

Il titolo scelto dal poeta è espressione del sentimento di emarginazione ed aridità nel rapporto con la realtà che caratterizza la prima parte della sua opera poetica, nella quale esprime l’impossibilità di ogni fusione tra l'io poetico e il mondo naturale, così che il paesaggio ligure diventa nudo e desolato come un osso di seppia.

Il sole è una presenza costante che secca tutto ciò che raggiunge coi suoi raggi, e l'aspro paesaggio naturale ed animale che l'occhio del poeta descrive è un trasparente simbolo di un suo profondo disagio esistenziale.

Ossi di seppia esprime così la rinuncia a diventare un “poeta vate”, come D’Annunzio prima di lui, in quanto non riesce più ad utilizzare la poesia per spiegare realmente la vita e il rapporto dell’uomo con la natura: la realtà stessa appare incomprensibile e inesprimibile, ed il poeta non può che mettere in evidenza questa percezione negativa del suo vivere, scegliendo volutamente un paesaggio aspro e scabro, e un linguaggio poetico che si modella su questa profonda inquietudine personale.

Questi toni pessimistici e il connesso “male di vivere” si riflettono nello stile prevalente delle poesie di Ossi di seppia, scritte all'insegna di un linguaggio antilirico e quotidiano, che privilegia un lessico non aulico, ma una sintassi tendenzialmente prosastica, resa vivida da un'accurata ricerca fonico-simbolica sui termini prevalentemente usati.

Il recupero e la profonda rielaborazione formale e contenutistica della tradizione letteraria italiana fanno sì che la prima raccolta, ricca di uno stile poetico originale ed efficace, sia un punto fermo tra i più noti e penetranti della nostra poesia novecentesca.

Bibliografia essenziale:

- P. Cataldi, Montale, Palermo, Palumbo, 1991.

- G. Contini, Una lunga fedeltà, Torino, Einaudi, 1974 (2002)

- E. Montale, Ossi di seppia, a cura di P. Cataldi e F. d'Amely, Milano, Mondadori, 2003.