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Due diverse mie percezioni dell’emigrazione.

Da “Balenar d’ombre” – Il Coscile 1997


Fratello migrante


Sovente mi torni alla mente negli occhi

nel cuore fratello migrante, uomo della mia

terra - della corriera il richiamo ci lacerava

le viscere, lì, nella piazza - dalle fiumare e

dall'ingrato aratro sul volto riarso solchi

scavati, e i foschi occhi smarriti sul bruno

volto della tua donna avidi erranti, sui tuoi

pargoli incoscienti, su noi

che restavamo con l'amaro in bocca.

Non piangere, fratello migrante, uomo della

mia Terra: forse non tutti t'hanno dimenticato!






Per la Festa dell’Emigrante - 17 Agosto 2007


Nel cuore di tutti noi


Mormanno mio, ingrato e mai odiato,

(come potrei, se sempre io t’ ho amato !)

questo tuo figlio ormai stanco ritorna

per rivedere i luoghi dell’infanzia,

del vicinanzo la viuzza angusta,

la voce di mia madre che riecheggia.


Mormanno mio, ingrato e mai scordato,

(come potrei, se sempre ti ho pensato ?)

già con le gambe livide dal gelo,

e la buffetta con lo scarso cibo,

le toppe bicolori ai pantaloni,

vuote le tasche e solo pochi sogni,

di quella prima età non ho rimpianti.


Mormanno mio, ingrato e abbandonato,

(quel giorno lo ricordo come ieri !)

già gente nuova che comanda e dice

strane parole, ma almeno si lavora

e di nuovi sapori apprezzo il gusto

 

 

e piano piano mi riscopro grande.



Mormanno mio, ingrato e sempre amato,

(quanti palpiti al suono del tuo nome !)

il cuore nella piazza o al cimitero,

o della Chiesa grande i riti sacri o del

maiale l’urlo per la casa, e di parenti

e amici i dolci volti fissi negli occhi

 

stanchi e nelle mie preghiere a tarda sera.


Mormanno mio, ingrato ed adorato,

lo struscio lungo il corso, e la fagòna,

la soppressata e i trènari di Pasqua,

la statua dell’Assunta, e di San Rocco

le cinte in processione e là, sul pezzo,

la frutta di Laino e d’Orsomarso.


Mormanno mio, ingrato e sospirato,

nella mia vita molto sei mancato,

del Padovano le campane a festa,

di zà Rusina chiacchiere e polpette

odore di soffritto e peperoni, scambi

d’assaggi tra case vicine e dei miei cari

baci ed abbracci che portai nel cuore.


Mormanno mio, di nuovo son tornato,

e ti trovo comunque un po’ cambiato,

parenti e amici ogni volta di meno,

ma come tutti, uscito dal tuo seno,

dovendo poi lasciarti ad ogni rientro

un gran senso di vuoto avverto dentro,

e già sul prossimo ritorno mi concentro.


Rileggendo queste mie due poesiole dedicate a Mormanno, la prima degli anni ’70, la seconda nel 2007, riflettevo sulla loro diversa impostazione e sensibilità che le caratterizza, certamente dovute alla mia differente età, alle mutate condizioni politiche, all’esser divenuto, per scelte di vita, anch’io un emigrante!

Ma mentre nella prima si avverte la rabbia che suscitava allora l’emorragia continua dei miei compaesani e l’impossibilità mia (ovviamente politica) di fermarla, anche se ben presente nella mia mente, perché dovuta a dolorosi e commoventi distacchi visti intorno alla corriera Mormanno-Scalea con cui quasi tutti abbandonavano il paese e che io quotidianamente osservavo, nel pomeriggio, dal bar Piragino posto di fronte, nella seconda c’è in me ormai un’amara rassegnazione per quel ch’è avvenuto, forse una qualche positiva valutazione di ciò che la vita da emigrato ( per tanti con cui ho parlato) ha rappresentato.

Resta solo in tutti la struggente nostalgia dei luoghi, dei parenti, degli amici, delle festività con i loro riti, degli odori, dei sapori di un tempo, impressi nel cervello, non già di quella vita comunque modesta e indigente qui trascorsa, che è stata per i più già rimossa.

Si avverte soltanto nei loro discorsi il forte richiamo del “loco natìo”, unica realtà giovanile vissuta, e solo in rarissimi casi si percepisce qualche voce di rimpianto “forse se restavo…”, probabilmente dovuta a quell’umano senso d’invidia, guardando alle vite altrui, che ci caratterizza un po’ tutti.

La verità è che nessuno di quelli con cui ho parlato tornerebbe volentieri a vivere a Mormanno!

E che sicuramente fa piacere a tutti ritornare solo in quelle due settimane d’agosto e lo si fa per i motivi sopradetti, a volte anche per mostrare i propri successi, per incontrare parenti, amici e conoscenti, parlare delle esperienze adolescenziali e giovanili, ma soprattutto per non disperdere quell’immagine romantica, festaiola,calda e movimentata d’Agosto, racchiusa da tempo nella nostra mente di adulti ed un po’ stereotipata.

E forse, oggi più che mai, si preferisce ritornare solo in Agosto anche per evitare di prendere atto di un paese sempre meno popolato, inerte durante il lungo periodo invernale, come per esorcizzarne l’inesorabile declino!

Ultimo aggiornamento (Sabato 16 Gennaio 2016 17:21)

 

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