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Introduzione Una prima necessaria presa di coscienza riguardo al dialetto consiste nel rendersi conto di come esso sia un prezioso bene culturale.... Leggi tutto...
Ultimi Commenti
  • gran bell'articolo, davvero interessante Leggi...
    20.12.09 10:58

Introduzione

Una prima necessaria presa di coscienza riguardo al dialetto consiste nel rendersi conto di come esso sia un prezioso bene culturale.

Oggi, quando giustamente affermiamo l’importanza di riconoscere il valore dei beni monumentali e ambientali, e si cerca di tutelarli nel modo più incisivo possibile, è necessario che lo stesso avvenga per la nostra parlata.

Altrimenti un pezzo importante della nostra storia, della nostra cultura ultramillenaria andrebbe perduto.

Non godremmo più di quel meraviglioso insieme di sensazioni, sonorità, profumi, ricordi, emozioni che solo il dialetto ci sa mettere nell’animo.

Perciò come nessuno pensa di abbattere i monumenti o tutte le “anticaglie” della nostra nazione, parimenti non si può cancellare il dialetto, che porta dentro di sé l’evoluzione, le sofferenze, le gioie, le conquiste di millenni della nostra comunità, insomma le nostre radici.

Dunque, il primo atto di una società civile è riconoscere nel dialetto un bene culturale da conservare con la più grande cura, in quanto quei termini sono testimoni unici di quella parte popolare del nostro patrimonio storico-linguistico.

E non possiamo considerare il dialetto come un bene da riporre in un museo, ma un patrimonio da tramandare costantemente e da far apprezzare in tutta la sua ricchezza idiomatica e valenza culturale.

Come però possiamo attuare queste affermazioni?

Innanzitutto, continuando ad usare il dialetto senza vergogna, o timore di sembrare “poco istruiti”: parlando sempre in mormannese in famiglia, con gli amici, nei negozi, ecc.

Si conserva così uno strumento linguistico autonomo e prezioso e si tramandano i termini, i modi di dire autenticamente dialettali, che rischiano l’estinzione, sottraendoli, quindi, alla dimenticanza.

In buona parte questo già si fa, ma occorrerebbe incentivarlo, proporre dei corsi di dialetto, rivolti non solo a chi già lo parla, ma anche a chi lo voglia imparare ex novo, magari selezionando e correlando le parole in disuso ai concetti più generali che esprimono(come si fa oggi a parlare ad un ragazzo di “mmastu” o di “capìzza” se asini non se ne vedono più?)

Ciò ovviamente non significherebbe escludere l’Italiano, che s’impara, si parla e soprattutto si scrive a Scuola.

Le Amministrazioni Locali dovrebbero per quanto possibile sostenere queste attività, affiancare per esempio a quella in lingua italiana la toponomastica dialettale.

Istituendo premi per chi scrive in dialetto poesie, prose, teatro, ecc. perché la lingua scritta, più che il vocabolario, si diffonde e si tramanda.

Un grande uomo di cultura, Pasolini, si accostava a qualsiasi dialetto come ci si accosta ad una lingua straniera; non come a un espediente letterario o formale, da sfruttare per aggiungere «colore», ma con il rispetto che si riserva a una cultura da difendere e salvare dall’aggressione di una barbarie massificante, intenta a cancellare le vestigia culturali di ogni comunità.

E’ certamente con questo intento che il prof. Luigi Paternostro, mio giovane ma indimenticato Docente, profondendo notevole impegno e passione da oltre 4 lustri, ha operato questa preziosa ricerca e raccolta di termini del dialetto mormannese, veri monumenti del nostro patrimonio culturale , che ancor oggi evidenziano, avendoli salvati dall’oblio, la notevole cultura, la perspicacia, la sagacia, l’intraprendenza, in definitiva l’animus di questa nostra comunità, e di ciò oggi noi gli siamo profondamente grati, e spero che ancor più lo saranno le generazioni future per conoscere le proprie origini e trarne utili insegnamenti.

 

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