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Anniversari letterari in breve:Federico Deroberto

Federico De Roberto nacque a Napoli il 16 Gennaio del 1861, centocinquantanni fa.

A nove anni si trasferì con la famiglia a Catania, dove visse per tutta la vita, a parte alcuni soggiorni a Firenze, Milano e Roma.

Dopo essersi iscritto alla Facoltà di matematica e fisica, lasciò gli studi per coltivare la sua vocazione letteraria e svolgere anche attività giornalistica. Si avvicinò alla poetica verista e fu sincero amico di Verga e Capuana, con i quali instaurò un fitto scambio epistolare.

La sua produzione letteraria cominciò con una raccolta di racconti (La sorte) e tre raccolte di novelle (Documenti umani, 1888; Processi verbali e L’albero della scienza, 1890); nel 1889, pubblicò il suo primo romanzo, Ermanno Reali.

Per un periodo visse a Milano, dove conobbe, grazie a Verga, molti intellettuali tra cui Giuseppe Giacosa, Gerolamo Rovetta, Luigi Albertini.

Dopo l’uscita del romanzo L’illusione, nel 1891, incentrato sulle vicende della nobile famiglia Uzeda, pubblicò nel 1894 il suo capolavoro, I Viceré, un grandioso affresco dell’ aristocrazia siciliana, con cui proseguì il ciclo narrativo dedicato agli Uzeda e continuò la sua collaborazione con i giornali, sui quali pubblicò anche alcuni romanzi d’appendice e nel 1911 la raccolta di racconti La messa di nozze.

Soggiornò anche a Roma, interessato all’analisi della vita parlamentare, che doveva fornirgli il materiale per la stesura del romanzo L’Imperio, che chiudeva la saga degli Uzeda e fu pubblicato postumo nel 1929. Morì a Catania nel 1927.

“I Vicerè” è un romanzo storico-drammatico di Federico De Roberto che è stato censurato per quasi cent’anni.

Lo scrittore verista racconta la storia di un’antica famiglia catanese d’origine spagnola, gli Uzeda di Francalanza, discendenti dei Viceré di Spagna, sullo sfondo di un’Italia a cavallo tra il Risorgimento e l’unificazione.

La narrazione comincia a metà dell’Ottocento, negli ultimi anni della dominazione borbonica in Sicilia, alla vigilia della nascita dello Stato italiano.

Il lettore è subito introdotto in un mondo di fasto e di splendore, ma anche di prepotenza e di miseria, dove, attraverso abili descrizioni, si svelano i misteri, gli intrighi e le complesse personalità degli appartenenti alla famiglia, tutti dominati da grandi ossessioni e passioni

Le vicende degli Uzeda rappresentano la società dell’epoca in rapido divenire, in cui “sopravvivere” significa innanzitutto essere schiavo di regole e tradizioni, mentre gli uomini della casata, in lotta l’un con l’altro, combattono per l’eredità della principessa defunta.

Il romanzo evidenzia una visione pessimistica della Storia, ed al di là dei cambiamenti solo apparenti, la classe sociale rappresentata dai protagonisti riesce a conservare il potere e il prestigio di sempre, pur se lo scenario storico che fa da sfondo alla vicenda è ricostruito mirabilmente da De Roberto, che fornisce un’immagine realistica e vivida dei personaggi e delle situazioni in cui si trovano ad agire.

Dal punto di vista stilistico, De Roberto sposa la poetica del Verismo,e grazie ai dialoghi e al discorso indiretto libero egli riesce a rispettare il canone dell’impersonalità, anche se accentua, rispetto a Verga e Capuana, l’analisi introspettiva dei personaggi.

Dal racconto emergono i due aspetti che caratterizzano la famiglia Uzeda:

Da un lato ne vediamo la¬ degenerazione¬ biologica e¬ mentale, evidente sia nell’aborto dell’essere mostruoso sia nel comportamento palesemente squilibrato di Chiara, che mette il feto sotto spirito per poi contemplarlo con orgoglio;

dall’altro lato assistiamo all’adesione della famiglia nobiliare, da sempre filoborbonica e conservatrice, ai valori del liberalismo, e alla partecipazione alle libere elezioni dei rappresentanti popolari, segno, questo, dell’ambizione che li spinge a un trasformismo politico senza scrupoli, pur di mantenere il proprio potere.

La concezione della politica degli Uzeda, infatti, è improntata ad un comodo ma scorretto trasformismo, che garantisce la conservazione del potere della “casta” politica.

L’aspetto familiare e umano e l’aspetto politico della vicenda si intrecciano, ed accomunano simbolicamente con l’opportunismo, l’ambizione e la mancanza di qualsiasi valore morale della famiglia Uzeda.

De Roberto ricorre alla tecnica narrativa dell’impersonalità del narratore, utilizzando spesso la forma dialogata, che lascia emergere direttamente i sentimenti dei personaggi senza l’intervento della voce narrante.

In questo modo la pagina assume un carattere quasi teatrale che garantisce l’oggettività della rappresentazione.

Il discorso diretto, che è prevalente in tutto il brano, si alterna a brevi passi descrittivi e informativi, e ad alcuni discorsi indiretti liberi dai quali traspare direttamente il punto di vista dei personaggi.

Ne “I Viceré” si intrecciano una visione “discendente”, rappresentata dal decadimento della stirpe, ed una “ascendente”, col tentativo degli Uzeda di impadronirsi del potere politico e di riconquistare una grande ricchezza grazie ai nuovi strumenti della società capitalistica.

Paragonando, infine, quest'opera a "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, notiamo innanzitutto che ambedue i romanzi fotografano la Sicilia e la nascita dell'Italia unita.

Cambia però la prospettiva:

De Roberto vedeva l'aristocrazia malata nel sangue e nella morale, ed in essa coglieva i germi del futuro malessere italico;

il principe Tomasi di Lampedusa, invece, vedeva nella nobiltà il baluardo contro il decadimento morale e materiale dell'Italia.