In Bacheca

MORMANNO - IL PASTIFICIO D'ALESSANDRO STORIA E MEMORIA
Mercoledì 21 Aprile 2021
EDIZIONE AGEMA S.P.A. MILANO - AGOSTO 2020 La ricerca descrive le varie vicende della mirabile vita di “Don Salvatore”, ripercorrendo la storia... Leggi tutto...
Mormanno (Murumannu) nei secoli XVII e XVIII
Lunedì 22 Marzo 2021
Mormanno (Murumannu) nei secoli XVII e XVIII Questa mia ricerca ripropone alcuni dei momenti cruciali nella storia d’Italia, della Calabria e... Leggi tutto...
Da Poesie inedite: Corpose ombre
Mercoledì 14 Ottobre 2020
  Corpose ombre A volte di tristi pensier lampi affranto mio còr, molesti, van lacerando. Di smarriti sogni spesso beffardi... Leggi tutto...
Ricordo di Don Franco Perrone
Lunedì 13 Aprile 2020
    Ricordo di Don Franco Perrone Eri un ragazzino vivace, nei giochi tra noi, figli del popolo, al vicinato, curioso del mondo. Poi ci perdemmo... Leggi tutto...
Da Poesie Inedite: A La Carpinìta
Sabato 11 Aprile 2020
  A La Carpinìta Da lu pònti di li francìsi ‘na vijaréddhra va a la Carpinìta, e ijégu, già da quathràru, pi’nàvuthra... Leggi tutto...

A Mormanno

Chiostra di monti verdi tiVista di Mormanno
corona quando in Agosto
dal Velatro i tuoi coppi come
spighe mature Febo indòra

e s’animan le vie di chiacchiericci,
che né stridi di rondini né bianchi
del rigido Gennaio fiocchi
vaganti san tacitare.

Dalla torre di tufo, verso sera,
già la campana chiama alla preghiera
ed al chiaror d’antichi filamenti,
orgoglio e pregio di lontani eventi,

tessi la trama del nostro avvenire
fidando suscitar sopito ardire,
del Colle con l’ausìlio di Maria
ripalesar compianta valentìa.


ANNA, ANGELO ED IO

 

Per aspre, impervie vie

uniti,dolenti, avvinti,

confidenti

ignote mete esplorammo.


In disparte poi, amare stille

per verità ormai evidenti,

sovente,

in occhi tristi copiose sorsero.


Ma in còr pur dolente già

rinnovato forte vigor,

inatteso,

indubbia via tosto rivelò:


Immenso, stabil, perpetuo

affetto tua madre ed io,

tenaci,

intrepidi viepiù elargimmo.

Ultimo aggiornamento (Martedì 27 Aprile 2021 07:36)

 

 

SCOPERTA ED EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA


Ho letto recentemente su L’Espresso un articolo, che mi ha fortemente interessato, sull’origine della “Scrittura”, sul “Libro” e sulla “stampa”, con notizie che francamente ignoravo, come penso molti dei lettori, per cui ho avvertito la voglia di approfondire, da testi ed Internet.


Un certo Nonno di Panopoli, nato in Egitto nel 5° secolo d.C., racconta che un tal Cadmo fu colui che creò la scrittura.


Costui portò in Grecia la combinazione ordinata di vocali e consonanti, per cui la scrittura alfabetica si rivelò uno strumento sintetico e molto efficace.


La “scrittura”, quindi, diviene “una voce” che coabita con l’oralità, propria degli Dei, che però non scrivevano, cosicché rende vivo e parlante ciò che invece sarebbe stato disperso nel gorgo del passato, che tutto risucchia.


Memoria, quindi, scrittura e pericolo di dimenticanza, sono i cardini di un’intuizione davvero molto bella, cui, conseguentemente si lega poi il libro come figlio della scrittura, come affermava Umberto Eco: .


Il libro è dunque un’opera “finita”, “riproducibile”, e può contenere più informazioni della memoria, per cui un insieme di libri può diventare l’enciclopedia di ogni comunità.


Il libro perciò non è mai solo, ma è sempre “plurale”, i libri, e contiene tanta memoria, perciò, come scriveva Emmanuel Levinas prigioniero in un lager nazista, .


Le biblioteche dei monaci medioevali continuarono la trasmissione del sapere raccolta nei libri, ed il politico e letterato romano Cassiodoro (morto intorno al 580) compilò un trattato di ortografia per aiutare i monaci a copiare correttamente i manoscritti sulle pergamene, pelli di ovino macerate con calce e levigate, su cui si poteva scrivere su entrambe le facciate.


L’introduzione della carta nel tardo Medioevo, intorno al XIII° secolo, in sostituzione della pergamena, venne accolta negativamente dagli amanuensi, perché essi facevano molta più fatica a scrivere sulla carta, che essendo ricavata dagli stracci, non sempre era del tutto liscia, assorbiva rapidamente l’inchiostro e si macchiava con facilità, costringendoli talvolta a riscrivere l’intero foglio!


Nell’arco dei cento anni che fecero seguito all’invenzione della stampa a caratteri mobili vennero pubblicati circa 35.000 titoli; già nel 1500, quindi, era possibile creare una biblioteca universale!

Ha scritto Umberto Eco:.

I libri testimoniano che non siamo mai soli, che la nostra vita è intrecciata ad ogni altra vita presente, passata, futura, e collezionare libri risponde a un’esigenza primaria dell’uomo.


Nei tempi antichi si scriveva usando solo lettere maiuscole, staccate tra loro, come si può notare nei reperti greci e latini che precedono il Medioevo.; poi nei secoli VII e VIII si cominciò ad usare le lettere minuscole, mentre le maiuscole, soprattutto all’inizio del periodo, furono decorate con miniature ricche di colori e di figure dai copisti.


La vera rivoluzione del libro si attuò nel 1450, quando Johann Gutenberg stampò la Bibbia a 42 linee,in carattere gotico, cioè 42 righe per pagina, su due colonne.


Oggi si assiste ad una nuova evoluzione del libro, con la rivoluzione del libro elettronico, anche se il tempo sembra ancora giocare dalla parte del libro cartaceo.

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento (Domenica 07 Febbraio 2021 10:49)

 

 

Amabili Ricordi sul Pollino

 

Da sordidi calpestii innevate

ancòr inviolate distese ,

talvolta

alla mente rievòco.



Da morsa di ghiaccio col

tepor primaveril giganti,

svettanti

con nube di candida neve.



Remoti tempi quando,

in mia verde età,

forte

pulsava impavido còr.



Dolce malinconia

sovente vieppiù ancòr

avverto

nell’animo anelante.



Vision al còr stupende,

ancòr atte a suscitar

stupore

poi lente van lontanando.



Di piacevol silenti realtà

sfocate immagini or

profonda

solitudine alimentano.

 

 

 

Ultimo aggiornamento (Martedì 26 Gennaio 2021 15:40)

 


Anniversari letterari in breve:Federico Deroberto

Federico De Roberto nacque a Napoli il 16 Gennaio del 1861, centocinquantanni fa.

A nove anni si trasferì con la famiglia a Catania, dove visse per tutta la vita, a parte alcuni soggiorni a Firenze, Milano e Roma.

Dopo essersi iscritto alla Facoltà di matematica e fisica, lasciò gli studi per coltivare la sua vocazione letteraria e svolgere anche attività giornalistica. Si avvicinò alla poetica verista e fu sincero amico di Verga e Capuana, con i quali instaurò un fitto scambio epistolare.

La sua produzione letteraria cominciò con una raccolta di racconti (La sorte) e tre raccolte di novelle (Documenti umani, 1888; Processi verbali e L’albero della scienza, 1890); nel 1889, pubblicò il suo primo romanzo, Ermanno Reali.

Per un periodo visse a Milano, dove conobbe, grazie a Verga, molti intellettuali tra cui Giuseppe Giacosa, Gerolamo Rovetta, Luigi Albertini.

Dopo l’uscita del romanzo L’illusione, nel 1891, incentrato sulle vicende della nobile famiglia Uzeda, pubblicò nel 1894 il suo capolavoro, I Viceré, un grandioso affresco dell’ aristocrazia siciliana, con cui proseguì il ciclo narrativo dedicato agli Uzeda e continuò la sua collaborazione con i giornali, sui quali pubblicò anche alcuni romanzi d’appendice e nel 1911 la raccolta di racconti La messa di nozze.

Soggiornò anche a Roma, interessato all’analisi della vita parlamentare, che doveva fornirgli il materiale per la stesura del romanzo L’Imperio, che chiudeva la saga degli Uzeda e fu pubblicato postumo nel 1929. Morì a Catania nel 1927.

“I Vicerè” è un romanzo storico-drammatico di Federico De Roberto che è stato censurato per quasi cent’anni.

Lo scrittore verista racconta la storia di un’antica famiglia catanese d’origine spagnola, gli Uzeda di Francalanza, discendenti dei Viceré di Spagna, sullo sfondo di un’Italia a cavallo tra il Risorgimento e l’unificazione.

La narrazione comincia a metà dell’Ottocento, negli ultimi anni della dominazione borbonica in Sicilia, alla vigilia della nascita dello Stato italiano.

Il lettore è subito introdotto in un mondo di fasto e di splendore, ma anche di prepotenza e di miseria, dove, attraverso abili descrizioni, si svelano i misteri, gli intrighi e le complesse personalità degli appartenenti alla famiglia, tutti dominati da grandi ossessioni e passioni

Le vicende degli Uzeda rappresentano la società dell’epoca in rapido divenire, in cui “sopravvivere” significa innanzitutto essere schiavo di regole e tradizioni, mentre gli uomini della casata, in lotta l’un con l’altro, combattono per l’eredità della principessa defunta.

Il romanzo evidenzia una visione pessimistica della Storia, ed al di là dei cambiamenti solo apparenti, la classe sociale rappresentata dai protagonisti riesce a conservare il potere e il prestigio di sempre, pur se lo scenario storico che fa da sfondo alla vicenda è ricostruito mirabilmente da De Roberto, che fornisce un’immagine realistica e vivida dei personaggi e delle situazioni in cui si trovano ad agire.

Dal punto di vista stilistico, De Roberto sposa la poetica del Verismo,e grazie ai dialoghi e al discorso indiretto libero egli riesce a rispettare il canone dell’impersonalità, anche se accentua, rispetto a Verga e Capuana, l’analisi introspettiva dei personaggi.

Dal racconto emergono i due aspetti che caratterizzano la famiglia Uzeda:

Da un lato ne vediamo la¬ degenerazione¬ biologica e¬ mentale, evidente sia nell’aborto dell’essere mostruoso sia nel comportamento palesemente squilibrato di Chiara, che mette il feto sotto spirito per poi contemplarlo con orgoglio;

dall’altro lato assistiamo all’adesione della famiglia nobiliare, da sempre filoborbonica e conservatrice, ai valori del liberalismo, e alla partecipazione alle libere elezioni dei rappresentanti popolari, segno, questo, dell’ambizione che li spinge a un trasformismo politico senza scrupoli, pur di mantenere il proprio potere.

La concezione della politica degli Uzeda, infatti, è improntata ad un comodo ma scorretto trasformismo, che garantisce la conservazione del potere della “casta” politica.

L’aspetto familiare e umano e l’aspetto politico della vicenda si intrecciano, ed accomunano simbolicamente con l’opportunismo, l’ambizione e la mancanza di qualsiasi valore morale della famiglia Uzeda.

De Roberto ricorre alla tecnica narrativa dell’impersonalità del narratore, utilizzando spesso la forma dialogata, che lascia emergere direttamente i sentimenti dei personaggi senza l’intervento della voce narrante.

In questo modo la pagina assume un carattere quasi teatrale che garantisce l’oggettività della rappresentazione.

Il discorso diretto, che è prevalente in tutto il brano, si alterna a brevi passi descrittivi e informativi, e ad alcuni discorsi indiretti liberi dai quali traspare direttamente il punto di vista dei personaggi.

Ne “I Viceré” si intrecciano una visione “discendente”, rappresentata dal decadimento della stirpe, ed una “ascendente”, col tentativo degli Uzeda di impadronirsi del potere politico e di riconquistare una grande ricchezza grazie ai nuovi strumenti della società capitalistica.

Paragonando, infine, quest'opera a "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, notiamo innanzitutto che ambedue i romanzi fotografano la Sicilia e la nascita dell'Italia unita.

Cambia però la prospettiva:

De Roberto vedeva l'aristocrazia malata nel sangue e nella morale, ed in essa coglieva i germi del futuro malessere italico;

il principe Tomasi di Lampedusa, invece, vedeva nella nobiltà il baluardo contro il decadimento morale e materiale dell'Italia.

 

Ultimo aggiornamento (Martedì 26 Gennaio 2021 15:43)

 
STURNELLU

 


Sturnéllu antìcu di li ‘nzuprannùmi


Gannìna di Chijararuséddhra

Pòrta sétti suttanéddhri

Lu rìcciju a lu vantisìnu

Si la fissìja cu lu tacchìnu


Giuvannìna di Ijàngiularòsa

Nthrò la càscija ci téni ‘na còsa

Nùn sàpi nénti nì lu marìtu

Nì la fìgghija e nì lu zìtu


Ijangijulìna di Ciculatéra

Fa lu café di ‘nàthra manéra

E si tu ti lu vòij ‘mbarà

Fàtilu dìci ca ìjddhra lu sa


La mugghijéri di Tumascijòni

Ijé parénti cu Frangiscòni

Cugìna cu lu Zilàtu

E nipòti di Nasucacàtu


Nunzijàta di Shcuppétta

‘nthrò lu chijangàtu ci téni lu léttu

E dasùtta lu gàddhru e li gaddhrìni

‘nthrò lu cirnìcchiju li pulicìni


Pathrùna di nu cardìddhru

Ijé Cuncétta di Masthrìddhru

Fraschijàtu di culùri

Quànnu cànta ijé nu tinùri


Pircacciòla ijé sapùtu

Ca lu pòrcu ijé fuijùtu

‘ngimintàta cùmi ijéra

Ijé arrivàta a Cavaléra


Tirisìna di Cùrtupédi

Tu la tìrasi e ìjddhra véni

Si lu sàpi zu Pippìnu

T’allìscia lu mandulìnu


Za Tòlla vàscija vàscija

S’è assittàta sùpa la càscija

Lu marìtu sùtt’a lu fòrnu

E li sòrici pàscinu ‘ntòrnu


Su gentile segnalazione del Prof Giuseppe Cantisani

Ultimo aggiornamento (Lunedì 07 Giugno 2021 15:36)