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A Mormanno

Chiostra di monti verdi tiVista di Mormanno
corona quando in Agosto
dal Velatro i tuoi coppi come
spighe mature Febo indòra

e s’animan le vie di chiacchiericci,
che né stridi di rondini né bianchi
del rigido Gennaio fiocchi
vaganti san tacitare.

Dalla torre di tufo, verso sera,
già la campana chiama alla preghiera
ed al chiaror d’antichi filamenti,
orgoglio e pregio di lontani eventi,

tessi la trama del nostro avvenire
fidando suscitar sopito ardire,
del Colle con l’ausìlio di Maria
ripalesar compianta valentìa.


18 Dicembre: GIORNATA DELL’EMIGRANTE

Nel febbraio 2001 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 18 dicembre “Giornata internazionale dei migranti”.

Il fenomeno, a volte dramma, dell’emigrazione, negli anni, ha certamente stravolto il territorio della Calabria, non solo trasformando tradizioni, usi e costumi di un Popolo, ma riducendo sensibilmente la popolazione, emigrata in Europa e nel Mondo, e condannando all’abbandono paesini e borghi abbarbicati per lo più alle colline dell’entroterra.

Basti pensare che oggi la popolazione della Calabria è di circa 1.950.000 abitanti, mentre, nel corso di 155 anni, dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, è probabile che siano emigrati dalla Calabria circa 3.000.000 (!) di persone, e se i dati sono veritieri, sono più numerosi i Calabresi che vivono fuori dalla Regione, ai quali bisogna inoltre aggiungere i discendenti, figli e nipoti, calabresi di origine e di cognome.

Fin dal suo nascere come nazione indipendente l'Argentina attuò una politica di incentivo all'immigrazione.

Dobbiamo però arrivare al 1876, sotto il governo del presidente Nicolás Avellaneda, per incontrare la prima legge organica sulla materia: il 6 ottobre di quell'anno veniva approvata la legge n. 817 sull'immigrazione e la colonizzazione.

Suo scopo era raccogliere e ordinare in un unico testo normativo le disposizioni emanate in precedenza sull'argomento.

Non mi è possibile qui descrivere i contenuti e l'incidenza di una legge che ha avuto una vita sorprendentemente lunga (fu abolita solo dalla legge n. 22.439, emanata dal governo militare del generale Videla, nel 1981!).

Negli anni successivi la legge sull’immigrazione cambiò molto poco e rimase fissata dall'art. 12 della legge n. 817: «Deve ritenersi immigrante, agli effetti di questa legge, ogni straniero, lavoratore a giornata, artigiano, industriale, agricoltore o professore, che avendo meno di 60 anni di età e dando prova di buona condotta e di capacità, arrivi in Argentina per stabilirvisi, in nave a vapore o a vela, pagando il biglietto di seconda o di terza classe, o con il biglietto pagato dallo Stato o dalle province o da imprese private di immigrazione e di colonizzazione» .

Due elementi distinguono le liste di tutti i passeggeri che giungono in Argentina: A) Sono annotati coloro che dichiarano di voler ricorrere ai benefici della legge n. 817 e che saranno ospitati nell' Hotel de inmigrantes; B) Le liste contengono il luogo di ultima residenza e non solo la nazionalità.

È possibile quindi ricostruire, a partire dal 1901, le partenze per l'Argentina distinguendole per Regioni, Province e anche per Comuni.

Il dato è importante perché dal 1900 riprendono i flussi migratori italiani verso l'Argentina, raggiungendo proprio nel 1906 il volume massimo del trend storico: 127.348 unità.

Vittorio Galli dalle pagine de l’Eco d’Italia, giornale in lingua italiana edito a Buenos Aires, ricorda la storia dell’emigrazione calabrese in terra argentina.”L’emigrazione dalla Calabria – scrive Galli – è un fattore storico e sintomatico, fa parte della storia stessa di questa regione come un capitolo importante.

A partire dai primi anni del 1900 si sono riversate in Argentina tante persone quante residenti in Calabria, e qui si sono radicati con operosità, con capacità lavorativa non indifferente in quasi tutti i settori: tra i più importanti l’edilizia e la pesca.

Oggi, a Mar del Plata, esistono alcune importanti imprese ittiche che sono gestite da calabresi: non si tratta solo di pescatori, ma di capaci imprenditori che hanno creato strutture di conservazione, lavorazione, trasformazione ed esportazione del pesce con rilevanza internazionale.

Egualmente – prosegue – nel settore edile si sono distinte persone divenute tra i personaggi più conosciuti in Argentina in tale ambito.

Settori specifici sono oggi diretti dai calabresi: tra questi, oltre alla pesca e all’edilizia, vi è il turismo, la floricultura e l’agricoltura, ed all’interno della Camera di Commercio italiana a Buenos Aires vi è una specifica Associazione di imprenditori calabresi.

Così il raggruppamento di persone e la collaborazione tra gente della stessa terra sia stato e sia tutt’oggi molto importante”(aise).

Un illustre figlio di Calabria in Argentina fu Domenico Perrupato di Mormanno : Presidente della Commissione del giornale “l’Operaio italiano”, uno dei quattro membri che raccolsero fondi per oltre 100 mila pesos per la costruzione dell’Ospedale Italiano a Buenos Aires; fece parte della Direzione del “Nuovo Banco Italiano” (poi Banco de Credito Argentino) e fece costruire il Teatro Broadway di Av. Corrientes 1279.

Gli italiani che arrivarono invece a São Paulo, in Brasile, all’inizio del XX secolo provenivano nella maggior parte dal Meridione d’Italia, (Cosenza, Potenza, Salerno), ed erano quasi tutti di estrazione contadina ed operaia.

Importante, per i nuovi arrivati, fu l’appoggio fornito dalla rete di relazioni con i connazionali.

Nella rapida crescita di città come São Paolo gli Italiani e i Calabresi furono i protagonisti; ma qui, a differenza dell’Argentina, gli emigranti ebbero maggior fortuna.

Quelli di loro più intraprendenti abbandonarono le campagne ed il sogno di diventare piccoli proprietari terrieri e si avventurano nel settore dei servizi, nel commercio, al dettaglio e all’ingrosso, contribuendo notevolmente al rapido sviluppo delle città brasiliane. Bràs, Bexiga, Barra Funda, Bon Retiro, sono alcuni dei quartieri completamente italiani, luoghi dove gli emigrati rinsaldavano le relazioni fra paesani, conservavano la loro cultura, come testimoniano le numerose feste dei Santi Protettori dei loro paesi d’origine.

L’emigrazione forzata e selvaggia, che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ha anche lasciato il suo segno sui cognomi delle famiglie calabresi, che sono stati trapiantati nel mondo, dove si sono moltiplicati, ma che, in alcuni casi, sono completamente scomparsi in Calabria e in Italia.

In tempi moderni, a partire dal 1987 fino alla fine del 1999, dalla Calabria sono emigrati 43.872 cittadini e ne sono rientrati dall’estero 30.425, con un saldo netto di emigrazioni di 13.447 unità, e tali dati, desunti dalle registrazioni e cancellazioni anagrafiche da e per l’estero dei comuni italiani, sono stati elaborati dall’Istat a partire dal 1987 e pubblicati fino al 1999.

Nel corso dei 13 anni considerati sono emigrate dalla Calabria mediamente 3.375 persone ogni anno, con punte di 4.500 dal 1991 al 1994, e Cosenza è stata la provincia che nel corso degli anni Novanta ha avuto il maggior numero di emigrati con una media di 1.800 ogni anno, seguita da Crotone con 900.

Oggi oltre 60 milioni di persone di origine italiana vivono in paesi extra europei o Europei!

Sembra difficile da credere, ma oggi il numero di italiani all'estero supera quindi quello della popolazione italiana stessa.

L'emigrazione fu un grosso svantaggio per il Sud, perché perdeva le persone giovani, cioè le forze attive; i nostri compaesani emigrati, infatti, hanno affrontato la vita di petto, senza aspettarsi niente da nessuno, e questo, a mio avviso, è stato un grande atto di valore.

I nostri mormannesi, dopo la guerra, non avendo lavoro per vivere, sono emigrati in maniera dignitosa.

Si pensa spesso agli emigranti come fossero gli elementi peggiori di una terra, mentre sono stati i più intraprendenti, i più attivi; emigrarono perché non sopportavano una vita di stenti, perché non accettavano la rassegnazione, e quindi nella loro vita hanno lottato, affrontando l’ignoto.

Anche Mormanno è stata interessata dal fenomeno migratorio, fino agli anni ’50 del 1900 verso le Americhe (dove emigrarono per primo mio zio Ettore, poi le mie zie Orlanda con i cugini Vanda e Vincenzo, mia zia Angela col marito Giuseppe Laitano e la figlia Maria, mio cugino Raffaele Apollaro(bravo calciatore, detto Pariséddhru) , figlio di Ettore, con la madre Maradei Maria.

Partirono anche per il Brasile mia cugina Gemma col marito Antonio Armentano, padre di Biagio, e Pappaterra Antonio, marito di mia cugina Pina,padre di Valeria, ma essi poi rientrarono dopo alcuni lustri.

Ricordo che con alcuni di essi mia madre, Elvira Apollaro, e mio zio Francesco Apollaro (Ninnillo)ogni due/tre mesi avevano rapporti epistolari.

Alcuni cugini Raffaele,(che era tornato due volte a Mormanno, la seconda con la moglie Natalina), Maria, Vanda e alcuni loro figli, e (Cecilia, figlia di Raffaele, e famiglia:Raul, German, Roman; ma anche Adriana, figlia di Maria,e i suoi figli, li ho conosciuti ed abbracciati tutti durante un magnifico, emozionante, indimenticabile mio viaggio, in Argentina( e poi in Brasile) di qualche anno fa, insieme a mia figlia Veronica, a suo marito Eugenio ed ai loro bambini Francesco e Matteo,( poi essi visitarono anche la Patagonia).

Emozioni forti, che porterò sempre nel mio cuore.

Dagli anni ’60 invece l’ emigrazione mormannese si spostò verso il Nord Italia, la Francia, la Germania, mentre oggi sono i giovani, per lo più laureati, che abbandonano il paese natìo per emigrare nel mondo in cerca di opportunità di lavoro e carriera,

Occorrerebbe spulciare i documenti nell’Archivio comunale per avere un conto preciso dei nostri emigranti, ai quali possiamo solo rivolgere un doveroso pensiero e magari, nell’Agosto mormannese, inserire anche una “Giornata dell’Emigrante”.

Ricordo che negli anni ’70 il pomeriggio giocavo a carte nel Bar Piragino con l’invincibile Pasquale Cantisani e di fronte era parcheggiato il pullmann della Sasma per Scalea, con cui partivano i nostri emigranti.

E spesso io ed altri ci affacciavamo dal bar per dare ad essi un saluto ed un “buona fortuna, ed a tutti loro io ho dedicato queste poesie :

Fratello migrante*

Sovente mi torni alla mente negli occhi

nel cuore fratello migrante,uomo della mia

terra – della corriera il richiamo ci lacerava

le viscere, lì, nella piazza – dalle fiumare e

dall’ingrato aratro sul volto riarso solchi

scavati, e i foschi occhi smarriti sul bruno

volto della tua donna avidi erranti,

sui pargoli incoscienti, su noi che

restavamo con l’amaro in bocca.

Non piangere fratello migrante, uomo della

mia Terra: forse non tutti t’hanno dimenticato!


Per la Festa dell’Emigrante - 17 Agosto 2007

Nel cuore di tutti noi

Mormanno mio, ingrato e mai odiato,

(come potrei, se sempre io t’ ho amato !)

questo tuo figlio ormai stanco ritorna

per rivedere i luoghi dell’infanzia,

del vicinanzo la viuzza angusta,

la voce di mia madre che riecheggia.

Mormanno mio, ingrato e mai scordato,

(come potrei, se sempre ti ho pensato ?)

già con le gambe livide dal gelo,

e la buffetta con lo scarso cibo,

le toppe bicolori ai pantaloni,

vuote le tasche e solo pochi sogni,

di quella prima età non ho rimpianti.

Mormanno mio, ingrato e abbandonato,

(quel giorno lo ricordo come ieri !)

già gente nuova che comanda e dice

strane parole, ma almeno si lavora

e di nuovi sapori apprezzo il gusto

e piano piano mi riscopro grande.

Mormanno mio, ingrato e sempre amato,

(quanti palpiti al suono del tuo nome !)

il cuore nella piazza o al cimitero,

o della Chiesa grande i riti sacri o del

maiale l’urlo per la casa, e di parenti

e amici i dolci volti fissi negli occhi

stanchi e nelle mie preghiere a tarda sera.

Mormanno mio, ingrato ed adorato,

lo struscio lungo il corso, e la fagòna,

la soppressata e i trènari di Pasqua,

la statua dell’Assunta, e di San Rocco

le cinte in processione e là, sul pezzo,

la frutta di Laino e d’Orsomarso.

Mormanno mio, ingrato e sospirato,

nella mia vita molto sei mancato,

del Padovano le campane a festa,

di zà Rusina chiacchiere e polpette

odore di soffritto e peperoni, scambi

d’assaggi tra case vicine e dei miei cari

baci ed abbracci che portai nel cuore.

Mormanno mio, di nuovo son tornato,

e ti trovo comunque un po’ cambiato,

parenti e amici ogni volta di meno,

ma come tutti, uscito dal tuo seno,

dovendo poi lasciarti ad ogni rientro

un gran senso di vuoto avverto dentro,

e già sul prossimo ritorno mi concentro.


*D. Crea: Balenar d'ombre- il Coscile-Castrovillari-1997

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento (Domenica 27 Dicembre 2020 12:20)

 

 

Il mese di Dicembre è ricco di tradizioni antiche e fortemente simboliche nella nostra cittadina, legate alla situazione astronomica, ai molteplici aspetti delle attività agricole, delle credenze magiche, della religione.

La prima di queste si svolge il 6 Dicembre, allorché ancora oggi in diverse famiglie c’è la tradizione del “migghiju còttu”.

Essa è probabilmente legata ad uno dei miracoli attribuiti a S. Nicola: dicesi infatti che quando nel secolo XVIII imperversava in Bari una terribile carestia e la gente moriva letteralmente per la fame, al Santo furono rivolte ferventi preghire e subito dopo apparve una nave carica di grano, con cui si sfamarono tutti.

Essendo a Mormanno scarsa la produzione di grano, la tradizione del miracolo fu onorata con il granturco, meno pregiato.

Fino agli anni 50 nelle famiglie povere la sera si metteva a cuocere “nu pizinòttu di migghiju”.

La mattina della festa di S. Nicola bambini e ragazzi si svegliavano presto si munivano di recipienti di varie forme e dimensioni, e bussavano alle case dicendo “a mìgghju a mìgghju a Santu Nicola” e ricevevano “nu còppu di mìgghiju còttu”.

I più poveri facevano un giro più lungo.

******************

La seconda radicata tradizione si svolge l’8 Dicembre e prende il nome di “Perciavùtti”.

Scriveva Vincenzo Padula intorno alla metà del 1800:Mormanno. Vigne molte, miste a castagneti ed ortaggi. Si fanno o a conto proprio o a quarto o a metà. A metà:tutta la coltura è a carico del vigniere, meno i pali ed i salci. A quarto:potatura e legatura al vigniere, zappatura e impalatura al padrone.Le viti si tengono a busto d’uomo per non infracidire l’uve.- Uve migliori: Nivurana, Cannamele(Strabone chiama il vino Turino nobilissimo tra tutti i vini), Nivurana mustarda, Cascarola(che da vino aromatico), Castiglione, Aulivella. Mangerecce:Guagliana nera, lunguvarda(Bianca),Jiditella, Coglione di gallo(Coglionara in Acri).

Qualcuno di questi antichi vitigni credo che esista ancora, magari sotto altro nome.

Ma la produzione di vino è calata di molto, e serve solo per uso familiare.

Essendo le zone in cui si produce il vino(Donna Bianca, Colle di Ferruzzo, Pietragrossa, Procitta) comunque di alta collina, il mosto matura più tardi rispetto alla norma(S. Martino, ogni mosto è fatto vino), perciò l’assaggio del vino nuovo avviene l’8 Dicembre.

La mattina della festa dell’Immacolata ogni produttore di vino si reca nel suo”Vuttàru” presso una botte che contiene il vino nuovo e pratica un piccolo foro (sempre al di sopra dell’ariula, al cui interno verrà poi sistemato il rubinetto) da cui zampilla il vino da “assaggiare” per determinarne la qualità.

Quest’anno l’Associazione culturale “Comunalia” allestirà quattro “Vuttari” nei quattro Quartieri Storici per la degustazione del vino novello. Si potranno anche gustare pietanze antiche, dai sapori ormai perduti, accompagnate da siparietti medioevali. La manifestazione è valida per il “Palio dei Quartieri”.

**************

La terza tradizione si svolge il 13 Dicembre, Festa di S: Lucia.

Due giorni prima Li pistìddhri di castàgni( castagne cui è stata prima tolta la buccia, poi poste ad essiccare sulle “Spasòle” ed infine liberate della crosticina esterna); ancora oggi in diverse case vengono messe al bagno in acqua ed il pomeriggio della vigilia cotte a fuoco lento con finòcchio selvatico, per essere offerte e mangiate il giorno di Santa Lucia.

Ovviamente la tradizione si ricollega alla leggenda degli occhi strappati a S, Lucia e “li pistìddhri” sembrano proprio Occhi!

Le castagne si trovano facilmente nei boschi che circondano Mormanno e da ragazzi le usavamo come occhi sul volto dei pupazzi che forgiavamo con la neve fresca.





D. Crea "Mormanno: Guida storica alla:....................ed alle manifstazioni più antiche"  Edizioni Il Coscile. Casrovillari  2002





 

 


'Na prufissuréssa  furastéra

 

Tinìaj li mànu béddhri lònghi,

dacussì mégghiju shcaffittùni

putìja minà, pirò ijéra 'na

bràva màsthra, ca 'mparàva !


Sìnni vidìja li rìcchji 'ntartaràti,

li mànu lòrdi o capìddhri sùpa

l’occhi, si muvìja sénza paròli

e ni ijnghìja di pìzzich’e shcàffi.


N' adduràva lu ijàtu si fumàvamu,

e si vidìja c’avìjamu l'ùgni lònghi

cchijù pirramàva, dicénnu < cu ti

vo' beni ti fà chijangì e cu ti vo' mali

ti fà riri!> e ijamu tùtti rigisthràti.



Nni ‘ncappàva parulàcci ‘nthrò la ménti;

pirò cu li capìddhri carusàt' e lavàti

nòi ijéramu tùtti lìndi e pìnti!


A lu vrascéri vicìn’a la cattiddhra

c’éra ‘na prucissijùni, pi li guardà

li gàmmi dirìtt’e béddhri, e ìjddhra

pùra si cu la litturìna già ‘nùra

ògni matìna di vijàggiu facìja

sémpi cuntént’ e arzìlla vinija.


Ancòr’a li vòti mi vén’ amménti

la béddhra prufissurissa d’Italiànu

ca ‘mprìma médija ni iaprìja la ménti!

Ultimo aggiornamento (Giovedì 05 Novembre 2020 10:15)

 

Prof. Domenico Crea                               Mormanno 24/08/2020

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Sito : www.creadomenico.com


Intervento al Faro per la presentazione del mio libro sul Pastificio D’Alessandro

Autorità, Signore e Signori, buonasera.

Ti ringrazio, Sindaco, per le belle parole nei miei confronti, e voglio congratularmi con te per come, in questo tremendo periodo dell’epidemia da coronavirus, hai saputo salvaguardare la nostra comunità.

Mi piace ricordarti che hai sul capo la responsabilità e l’onore di essere uno dei più antichi rappresentanti del popolo di questa nostra Italia, forse il centocinquantesimo, o più, Sindaco di Mormanno, nel medioevo designato dal popolo, poi eletto.

Giacché, come quasi tutti qui sanno, questo borgo ebbe il primo Sindaco intorno al 1340, al tempo dell’Angioina Regina Giovanna e la prima notizia in un documento ufficiale recita:

A capo di questo coordinamento figurano 2 concittadini, Giuliano Bloise e Lorenzo Manco, Sindaci dell’Università di Mormanno, che a nome di questa e del Vescovo Gioacchino Suare, fecero presenti al re i privilegi già da oltre un secolo concessi.

Richieste che il Magnanimo approvò con un suo atto del 7 Marzo 1443.

Questa citazione per ricordare i tanti primati civili, religiosi, storici di questo nostro più che millenario borgo.

Si concretizza oggi, a cinquantanni dalla morte di “Don Salvatore; una promessa fatta a me stesso diversi anni fa, quella di voler portare a termine una ricerca sulla singolare nascita e crescita di un’iniziativa imprenditoriale incredibile, un Pastificio, in un paesino tra i monti della Calabria,come già era avvenuto poco più di mezzo secolo prima con la terza centrale idroelettrica in Italia.

Quella nuova, straordinaria e fruttuosa iniziativa per la nostra Mormanno, fu opera di un geniale e coraggioso imprenditore mormannese, Salvatore D’Alessandro, “Don Salvatore” per i più.

La sua “voglia di fare” si manifestò prestissimo, quando ancora minorenne fece firmare ad un amico maggiorenne un contratto per il trasporto e la commercializzazione del manganese, prima con asini e muli, poi con carri e piccoli autocarri.

In seguito strinse alleanze commerciali con imprenditori del Nord e portò avanti l’idea di un Ginestrificio, che realizzò qui a Mormanno e fece crescere fin ai primi anni del dopoguerra.

Ma evidenziò la sua genialità imprenditoriale quando propose ai soci del nord l’idea di costruire un pastificio sulle ceneri del veccho ginestrificio, qui a Mormanno.

Ci volle, infatti, una notevole voglia di innovare ed un coraggio leonino per portare avanti una favolosa idea in una Calabria per lo più rurale, e comunque allora priva di iniziative industriali valide.

In quella Calabria, quindi, arretrata economicamente del dopoguerra, l’idea di Salvatore D’alessandro ci appare come un’innovativa intuizione, in linea, come dimostro nella parte finale di questa ricerca, con la tradizione imprenditoriale di questo antico Borgo, unita ad una ferrea volontà di attuare un’impresa, per quei tempi davvero stupefacente, in un paese arroccato sui monti della Calabria.

Ma Egli usci vittorioso da questa non comune intuizione, realizzando un’impresa che si affermerà, in concorrenza con le grandi industrie del centro-nord, non solo in Calabria, ma anche in varie Regioni, vicine e lontane, facendo conoscere il nome di Mormanno in buona parte d’Italia, dove giungevano i camion con scritto sui teloni il nome del nostro borgo..

Confesso che ho provato una crescente ammirazione nel seguire la nascita e l’evolversi di questa impresa industriale, che, pur tra mille difficoltà, “Don Salvatore” riusciva a dirigere e far crescere con mano ferma, ed incrollabile fiducia nel futuro della sua creatura.

Alla sua fervida capacità innovativa nel campo imprenditoriale, che significa saper tradurre velocemente le idee in azioni, si associava, infatti, una notevole ”audacia” ed una forte attitudine ai contatti umani, sia con i poteri politici e religiosi, sia soprattutto con i suoi più stretti Collaboratori, con i dipendenti, con gli operai, che con il loro lavoro assiduo collaborarono allo sviluppo dell’Azienda.

Ma “Don Savatore”, da audace Imprenditore, mise in piedi altre iniziative degne di nota: L’industria cartaria, i Laghi di Sibari, il Caseificio, l’Azienda agricola di bovini e suini, un Supermercato, il Cinestar, ed altro.

A rievocarla con occhio distaccato, a 50 anni dalla scomparsa, la sua vita può sembrare una favola; niente di più errato, perche la sua vita fu una inarrestabile, intensa voglia di fare, supportata da una rara intelligenza, da idee geniali e da una ferrea volontà di azione.

E quella sua entusiastica e fattiva attività fece sì che Mormanno crescesse economicamente e socialmente molto più velocemente di tutti i paesi del circondario.

Ho inserito un elenco, sicuramente incompleto, di impiegati ed operai che contribuirono a rendere sempre più grande quella intuizione di “Don Salvatore”.

Egli viene descritto da tutti come un fervente cattolico:Ho potuto infatti visionare le sue numerose elargizioni di denaro alla Chiesa, ad Enti benefici ed a persone in gravi difficoltà, che grati ringraziavano, nonché decine e decine di lettere di raccomandazione per mormannesi sparsi in Italia e le risposte di ringraziamento da parte di essi.

Era una dote umanitaria insita nel suo animo, sconosciuta ai più.

Ma il destino”cinico e baro” stroncò la vita di “Don Salvatore” su un’autostrada, quando ancora era dinamico e fattivo più che mai, e tanti, con orazioni ai funerali e scritti postumi, hanno evidenziato e compianto una personalità poliedrica non solo della nostra Mormanno, ma forse della Calabria e del Mezzogiorno d’Italia.

La sua improvvisa, tragica scomparsa ha indubbiamente rappresentato una grande perdita non solo per la Famiglia e per l’Azienda, ma anche per la nostra comunità mormannese..

Fu una Persona dall’intelligenza prodigiosa e strabiliante e dalla feconda attività, come si evince da questa mia ricerca.

Riporto anche le lodi commosse, sentite, vere, pronunciate al suo funerale, che rendono solo in parte giustizia ad uno straordinario personaggio nella storia della nostra Mormanno e della Calabria.

Onori al merito, che anch’io mi permetto di esprimere, e non frasi di circostanza, e, di fronte ad un pioniere di tal fatta, citando il Manzoni alla scomparsa di Napoleone, volentieri mi piace ricordarlo con i famosi versi “nui chiniam la fronte al Massimo Fattor, che volle in lui del creator suo spirito più vasta orma stampar”.

La sua scomparsa, come sempre avviene, determinò l’inizio di una crisi economica ed industriale che il qui presente primogenito dottor Francesco Carlo, detto comunemente Franz, cercò in tutti i modi di evitare con altre notevoli e fruttuose iniziative.

Per citarne solo alcune: accelerò l’accordo con la Plasmon e la nuova produzione di pasta dietetica, che gli consentirono di chiudere il bilancio del 1977 con un fatturato di ben 7 miliardi di lire, corrispondenti a circa 50 milioni di Euro oggi; cercò di chiudere il contenzioso con la ditta Garbuio per le macchine non funzionanti e tanto altro!

Ma il clima politico era ormai del tutto cambiato ed i politici amici, come l’On. Antoniozzi ed altri, si erano tutti dileguati, per cui le Banche pretesero il rimborso immediato di tutti i prestiti concessi, che si riferivano a precedenti crisi finanziarie avvenute sin da quando “Don Salvatore” era ancora in vita.

Ed i nuovi contributi per salvare l’Azienda, pur promessi dalla Gepi, non arrivarono mai, per cui si giunse al Fallimento ed alla definitiva chiusura di un’impresa innovativa ed importante del Mezzogiorno.

Nella seconda parte del XX° secolo, poi, c’è stata qui la stasi delle iniziative imprenditoriali e culturali che avevano caratterizzato lo sviluppo di questo antico Borgo, oggetto di una politica dell’assistenzialismo che ha generato una cultura dell’assistenzialismo, soffocando quello spirito imprenditoriale e culturale che aveva fatto di Mormanno il Faro di questa zona.

Io mi auguro che quello spirito non sia morto del tutto, ma che qualche scintilla di esso covi ancora sotto la cenere e che ancora possa d’un tratto emergere per arrestare lo spopolamento in atto e riportare Mormanno ad essere sempre un “Faro” per la nostra zona e per la Calabria tutta, come hanno fatto per oltre un trentennio Salvatore D’Alessandro e poi il suo primogenito Francesco Carlo, qui presente.

Attraverso frequenti contatti con lui, che gentilmente mi ha dato in visione tanti documenti, che era impossibile inserire in questa publicazione, ho evidenziato le varie tappe della straordinaria Storia del Pastificio D’Alessandro.

Sono perciò felice ed orgoglioso di questo lavoro, che ancor di più rende evidente, nei tredici secoli di esistenza di questo Borgo, la notevole capacità imprenditoriale dei suoi abitanti ed in particolare di “Don Salvatore”, vero imprenditore innovatore.

Egli ha propagato nel Mondo il nome della sua cara Mormanno, come già aveva preconizzato, in campo letterario, nel XIX° secolo un altro degno figlio di questo Borgo, il letterato Domenico Anzelmi, che in un suo scritto affermava:< Quivi é Mormanno, terra in cui vive gente operosa e sagace, mostrando che presso il nido dell'aquila suol trovarsi la cuna dell'ingegno. Nel tempo dei nostri Avi fu detto l’Atene Calabra>>.

All’interno di questo volume troverete anche foto e Documenti che renderanno ancor più interessante e piacevole la lettura.

Cedo quindi la parola all’Amico Dr Francesco Carlo, collaboratore fin da giovanisimo col Papà “Don Salvatore”, perciò testimone privilegiato di tutta quella straordinaria, meravigliosa avventura, che sicuramente meritava, ed io spero di averlo fatto, di essere portata a conoscenza delle future generazioni mormannesi, accollandosi le spese della pubblicazione del libro.

Ultimo aggiornamento (Domenica 27 Dicembre 2020 19:02)

 

 

I Santi del Mercurion

 

Di tanti Sant’anacoreti, che

in fuga tra Lao e Testosa,

un tempo tante grott’e laure

devot’a Dio lieti abitàro, tu

penso forse già udisti di San

Leoluca il nome, che con San

Saba, San Fantino, San Nilo,

d’ intorno a Murumànnu, miracoli

per il popol facendo, in vit’ascetica

lor pace ed armonìa trovàro.

Ed in aspra natur sopravvivendo

di frutta, erbe, bacche raccolte

o d’un tozzo di pan questuato,

del Dio Vero parola predicando,

romìte plaghe sereni abitaron e

sempre aiut’ e conforto elargiron.