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Lunedì 07 Dicembre 2020
Il mese di Dicembre è ricco di tradizioni antiche e fortemente simboliche nella nostra cittadina, legate alla situazione astronomica, ai molteplici... Leggi tutto...
Curiosità: la"Legenda Aurea" di Jacopo da Varagine
Sabato 12 Ottobre 2019
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Da Poesie inedite: Corpose ombre
Mercoledì 14 Ottobre 2020
  Corpose ombre A volte di tristi pensier lampi affranto mio còr, molesti, van lacerando. Di smarriti sogni spesso beffardi... Leggi tutto...
Ricordo di Don Franco Perrone
Lunedì 13 Aprile 2020
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Da Poesie Inedite: A La Carpinìta
Sabato 11 Aprile 2020
  A La Carpinìta Da lu pònti di li francìsi ‘na vijaréddhra va a la Carpinìta, e ijégu, già da quathràru, pi’nàvuthra... Leggi tutto...

A Mormanno

Chiostra di monti verdi tiVista di Mormanno
corona quando in Agosto
dal Velatro i tuoi coppi come
spighe mature Febo indòra

e s’animan le vie di chiacchiericci,
che né stridi di rondini né bianchi
del rigido Gennaio fiocchi
vaganti san tacitare.

Dalla torre di tufo, verso sera,
già la campana chiama alla preghiera
ed al chiaror d’antichi filamenti,
orgoglio e pregio di lontani eventi,

tessi la trama del nostro avvenire
fidando suscitar sopito ardire,
del Colle con l’ausìlio di Maria
ripalesar compianta valentìa.

 

ANNIVERSARI  LETTERARI

(Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981)

Eugenio Montale

da Ossi di seppia, 1925

Spesso il male di vivere ho incontrato

 

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Il titolo della raccolta vuole evocare i relitti che il mare abbandona sulla spiaggia, come gli ossi di seppia che le onde portano a riva, , presenze inaridite e ridotte al minimo, che simboleggiano la poetica di Montale, scabra ed essenziale.

In tal modo Montale capovolge l'atteggiamento fondamentale più consueto della poesia: il poeta non può trovare e dare risposte o certezze, per cui sul destino dell'uomo incombe quella che il poeta definisce “divina indifferenza”.

In un certo senso, si potrebbe affermare che tale “divina indifferenza” è l'esatto contrario della “Provvidenza divina” manzoniana.

Questa poesia è stata definita tra le più pessimistiche di Montale, e, come molte di quelle contenute in Ossi di seppia, trae il suo titolo dal primo verso.

Qui in due sole strofe Egli riesce a sintetizzare la sua concezione tragica della vita, dominata dal male di vivere, da cui si può trovare un solo momentaneo sollievo nella divina Indifferenza, che scaturisce dalla visione di qualcosa (il falco, la nuvola, la statua) che per un momento ci sottrae al dolore.

Il Poeta sin da questa raccolta d'esordio - gli Ossi di seppia del 1925 - ha saputo mettere a fuoco, con termini nuovi e convenzionali, le grandi tematiche della letteratura novecentesca: il disagio esistenziale, la crisi delle certezze fondamentali, l'assenza di verità ultime cui fare affidamento.

In questo testo riesce a ricreare sia il paesaggio esterno contemplato dal poeta, sia quel mondo interno che, quotidianamente, si confronta con quel “male di vivere” che proprio negli Ossi di seppia è stato diagnosticato per la prima volta con precisione, evidenziandone il tono esistenzialista e filosoficamente “negativo”.

Il titolo scelto dal poeta è espressione del sentimento di emarginazione ed aridità nel rapporto con la realtà che caratterizza la prima parte della sua opera poetica, nella quale esprime l’impossibilità di ogni fusione tra l'io poetico e il mondo naturale, così che il paesaggio ligure diventa nudo e desolato come un osso di seppia.

Il sole è una presenza costante che secca tutto ciò che raggiunge coi suoi raggi, e l'aspro paesaggio naturale ed animale che l'occhio del poeta descrive è un trasparente simbolo di un suo profondo disagio esistenziale.

Ossi di seppia esprime così la rinuncia a diventare un “poeta vate”, come D’Annunzio prima di lui, in quanto non riesce più ad utilizzare la poesia per spiegare realmente la vita e il rapporto dell’uomo con la natura: la realtà stessa appare incomprensibile e inesprimibile, ed il poeta non può che mettere in evidenza questa percezione negativa del suo vivere, scegliendo volutamente un paesaggio aspro e scabro, e un linguaggio poetico che si modella su questa profonda inquietudine personale.

Questi toni pessimistici e il connesso “male di vivere” si riflettono nello stile prevalente delle poesie di Ossi di seppia, scritte all'insegna di un linguaggio antilirico e quotidiano, che privilegia un lessico non aulico, ma una sintassi tendenzialmente prosastica, resa vivida da un'accurata ricerca fonico-simbolica sui termini prevalentemente usati.

Il recupero e la profonda rielaborazione formale e contenutistica della tradizione letteraria italiana fanno sì che la prima raccolta, ricca di uno stile poetico originale ed efficace, sia un punto fermo tra i più noti e penetranti della nostra poesia novecentesca.

Bibliografia essenziale:

- P. Cataldi, Montale, Palermo, Palumbo, 1991.

- G. Contini, Una lunga fedeltà, Torino, Einaudi, 1974 (2002)

- E. Montale, Ossi di seppia, a cura di P. Cataldi e F. d'Amely, Milano, Mondadori, 2003.

 

 

 

ANNIVERSARI   LETTERARI

(Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981)

Eugenio Montale

da Ossi di seppia, 1925


Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Il titolo della raccolta vuole evocare i relitti che il mare abbandona sulla spiaggia, come gli ossi di seppia che le onde portano a riva, , presenze inaridite e ridotte al minimo, che simboleggiano la poetica di Montale, scabra ed essenziale.

In tal modo Montale capovolge l'atteggiamento fondamentale più consueto della poesia: il poeta non può trovare e dare risposte o certezze, per cui sul destino dell'uomo incombe quella che il poeta definisce “divina indifferenza”.

In un certo senso, si potrebbe affermare che tale “divina indifferenza” è l'esatto contrario della “Provvidenza divina” manzoniana.

Questa poesia è stata definita tra le più pessimistiche di Montale, e, come molte di quelle contenute in Ossi di seppia, trae il suo titolo dal primo verso.

Qui in due sole strofe Egli riesce a sintetizzare la sua concezione tragica della vita, dominata dal male di vivere, da cui si può trovare un solo momentaneo sollievo nella divina Indifferenza, che scaturisce dalla visione di qualcosa (il falco, la nuvola, la statua) che per un momento ci sottrae al dolore.

Il Poeta sin da questa raccolta d'esordio - gli Ossi di seppia del 1925 - ha saputo mettere a fuoco, con termini nuovi e convenzionali, le grandi tematiche della letteratura novecentesca: il disagio esistenziale, la crisi delle certezze fondamentali, l'assenza di verità ultime cui fare affidamento.

In questo testo riesce a ricreare sia il paesaggio esterno contemplato dal poeta, sia quel mondo interno che, quotidianamente, si confronta con quel “male di vivere” che proprio negli Ossi di seppia è stato diagnosticato per la prima volta con precisione, evidenziandone il tono esistenzialista e filosoficamente “negativo”.

Il titolo scelto dal poeta è espressione del sentimento di emarginazione ed aridità nel rapporto con la realtà che caratterizza la prima parte della sua opera poetica, nella quale esprime l’impossibilità di ogni fusione tra l'io poetico e il mondo naturale, così che il paesaggio ligure diventa nudo e desolato come un osso di seppia.

Il sole è una presenza costante che secca tutto ciò che raggiunge coi suoi raggi, e l'aspro paesaggio naturale ed animale che l'occhio del poeta descrive è un trasparente simbolo di un suo profondo disagio esistenziale.

Ossi di seppia esprime così la rinuncia a diventare un “poeta vate”, come D’Annunzio prima di lui, in quanto non riesce più ad utilizzare la poesia per spiegare realmente la vita e il rapporto dell’uomo con la natura: la realtà stessa appare incomprensibile e inesprimibile, ed il poeta non può che mettere in evidenza questa percezione negativa del suo vivere, scegliendo volutamente un paesaggio aspro e scabro, e un linguaggio poetico che si modella su questa profonda inquietudine personale.

Questi toni pessimistici e il connesso “male di vivere” si riflettono nello stile prevalente delle poesie di Ossi di seppia, scritte all'insegna di un linguaggio antilirico e quotidiano, che privilegia un lessico non aulico, ma una sintassi tendenzialmente prosastica, resa vivida da un'accurata ricerca fonico-simbolica sui termini prevalentemente usati.

Il recupero e la profonda rielaborazione formale e contenutistica della tradizione letteraria italiana fanno sì che la prima raccolta, ricca di uno stile poetico originale ed efficace, sia un punto fermo tra i più noti e penetranti della nostra poesia novecentesca.

Bibliografia essenziale:

- P. Cataldi, Montale, Palermo, Palumbo, 1991.

- G. Contini, Una lunga fedeltà, Torino, Einaudi, 1974 (2002)

- E. Montale, Ossi di seppia, a cura di P. Cataldi e F. d'Amely, Milano, Mondadori, 2003.

 

 

 


ANNA, ANGELO ED IO

 

Per aspre, impervie vie

uniti,dolenti, avvinti,

confidenti

ignote mete esplorammo.


In disparte poi, amare stille

verità ormai evidenti,

sovente,

in occhi tristi copiose sorsero.


Ma in còr pur dolente già

rinnovato forte vigor,

inatteso,

indubbia via tosto rivelò:


Immenso, stabil, perpetuo

affetto tua madre ed io,

tenaci,

intrepidi viepiù elargimmo.

Ultimo aggiornamento (Martedì 16 Marzo 2021 18:18)

 

 

SCOPERTA ED EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA


Ho letto recentemente su L’Espresso un articolo, che mi ha fortemente interessato, sull’origine della “Scrittura”, sul “Libro” e sulla “stampa”, con notizie che francamente ignoravo, come penso molti dei lettori, per cui ho avvertito la voglia di approfondire, da testi ed Internet.


Un certo Nonno di Panopoli, nato in Egitto nel 5° secolo d.C., racconta che un tal Cadmo fu colui che creò la scrittura.


Costui portò in Grecia la combinazione ordinata di vocali e consonanti, per cui la scrittura alfabetica si rivelò uno strumento sintetico e molto efficace.


La “scrittura”, quindi, diviene “una voce” che coabita con l’oralità, propria degli Dei, che però non scrivevano, cosicché rende vivo e parlante ciò che invece sarebbe stato disperso nel gorgo del passato, che tutto risucchia.


Memoria, quindi, scrittura e pericolo di dimenticanza, sono i cardini di un’intuizione davvero molto bella, cui, conseguentemente si lega poi il libro come figlio della scrittura, come affermava Umberto Eco: .


Il libro è dunque un’opera “finita”, “riproducibile”, e può contenere più informazioni della memoria, per cui un insieme di libri può diventare l’enciclopedia di ogni comunità.


Il libro perciò non è mai solo, ma è sempre “plurale”, i libri, e contiene tanta memoria, perciò, come scriveva Emmanuel Levinas prigioniero in un lager nazista, .


Le biblioteche dei monaci medioevali continuarono la trasmissione del sapere raccolta nei libri, ed il politico e letterato romano Cassiodoro (morto intorno al 580) compilò un trattato di ortografia per aiutare i monaci a copiare correttamente i manoscritti sulle pergamene, pelli di ovino macerate con calce e levigate, su cui si poteva scrivere su entrambe le facciate.


L’introduzione della carta nel tardo Medioevo, intorno al XIII° secolo, in sostituzione della pergamena, venne accolta negativamente dagli amanuensi, perché essi facevano molta più fatica a scrivere sulla carta, che essendo ricavata dagli stracci, non sempre era del tutto liscia, assorbiva rapidamente l’inchiostro e si macchiava con facilità, costringendoli talvolta a riscrivere l’intero foglio!


Nell’arco dei cento anni che fecero seguito all’invenzione della stampa a caratteri mobili vennero pubblicati circa 35.000 titoli; già nel 1500, quindi, era possibile creare una biblioteca universale!

Ha scritto Umberto Eco:.

I libri testimoniano che non siamo mai soli, che la nostra vita è intrecciata ad ogni altra vita presente, passata, futura, e collezionare libri risponde a un’esigenza primaria dell’uomo.


Nei tempi antichi si scriveva usando solo lettere maiuscole, staccate tra loro, come si può notare nei reperti greci e latini che precedono il Medioevo.; poi nei secoli VII e VIII si cominciò ad usare le lettere minuscole, mentre le maiuscole, soprattutto all’inizio del periodo, furono decorate con miniature ricche di colori e di figure dai copisti.


La vera rivoluzione del libro si attuò nel 1450, quando Johann Gutenberg stampò la Bibbia a 42 linee,in carattere gotico, cioè 42 righe per pagina, su due colonne.


Oggi si assiste ad una nuova evoluzione del libro, con la rivoluzione del libro elettronico, anche se il tempo sembra ancora giocare dalla parte del libro cartaceo.

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento (Domenica 07 Febbraio 2021 10:49)

 

 

Amabili Ricordi sul Pollino

 

Da sordidi calpestii innevate

ancòr inviolate distese ,

talvolta

alla mente rievòco.



Da morsa di ghiaccio col

tepor primaveril giganti,

svettanti

con nube di candida neve.



Remoti tempi quando,

in mia verde età,

forte

pulsava impavido còr.



Dolce malinconia

sovente vieppiù ancòr

avverto

nell’animo anelante.



Vision al còr stupende,

ancòr atte a suscitar

stupore

poi lente van lontanando.



Di piacevol silenti realtà

sfocate immagini or

profonda

solitudine alimentano.

 

 

 

Ultimo aggiornamento (Martedì 26 Gennaio 2021 15:40)